Nel migliore dei mondi possibili

Ore 17.10 circa, ultimo consiglio di classe di questa tornata, la rappresentante dei genitori chiede: “Ma professoressa cosa fa di programma quest’anno che i ragazzi sono così entusiasti?!?” Mi si circonflettono le sopracciglia in una domanda quasi perplessa pensando ai Romantici e agli esercizi del FCE. “Sono contenta che piaccia a sua figlia!” Gli altri genitori a sostegno: “Oh no, piace a tutta la classe.” In effetti è una classe speciale.

Tornando a casa trovo sulla porta il catalogo per cui ho tradotto quest’estate, con un biglietto di pugno della Direttrice dell’istituzione che mi ringrazia per il lavoro. Pagato. Puntualmente.

Fantascienza? No, il migliore dei mondi possibili, un tranquillo martedì di novembre.

E domani che sciopero quasi quasi faccio un salto alla mostra ;-)

English doesn’t like me

Il sesto libro della serie Diario di una Schiappa è  in consegna tra una settimana, e per distrarmi un po’ (visto che ho cominciato a digitare cose tipo “l’hui disse”), mi sono messa a fare il quiz online sul sito goodreads.com. Ma mi sono caduti gli occhi sulla tastiera, quando stavo per digitare la risposta (giusta!) alla domanda n. 4

– DOVE METTE MANNY L’ADESIVO CHE GLI HA DATO GREG?

La risposta esatta è: sull’auto del loro papà, che nel quiz risulta scritto STICKS IT ON THERE DADS NEW CAR!!!

Gesummio, facciamoli leggere, vi prego! E insegnamogli a scrivere!

What’s in a name?

Accade molto spesso che la gente sbagli il mio cognome, credo che ci sia anche qualche traduzione uscita con la al posto della e finale, ma in genere la cosa non mi manda in crisi; invece sono appassionatamente attaccata alla doppia s del nome. Mi sembra che tra Rosella e Rossella ci sia proprio un colore e un’intensità del tutto diversi, per questo ho per anni rotto le scatole ai rappresentanti di libri scolastici perché nel lontano 1985 ero stata inserita nel loro database con una esse sola e sembrava che il database fosse intoccabile, o forse non concepisse l’esistenza di un nome che pure era attestato già nel Medioevo, molto prima del 1937, quando Ada Salvatore ed Enrico Piceni (o forse il loro redattore?) decisero di tradurre il nome di Scarlett (e non quello di Rhett).

Per anni ho protestato e poi a un certo punto ho deciso che, soprattutto all’estero, dovevo darmi pace. L’anno scorso però, a un convegno in Danimarca, ho potuto constatare che se riuscivo ad accettare la caduta della doppia esse o la i finale, mi veniva molto difficile non commentare sul fatto che gli organizzatori avevano sbagliato sia il nome sia il cognome. Visto il fastidio provato, mi sono detta: “Cara Rosella Bernasconi, è arrivato il momento che tu ti disidentifichi un pochino, se non altro dalla grafia del nome. Si capisce che quel cartellino che ti sei appuntata sul golf indica proprio te. Rilassati dài, e gustati il modo in cui gli intervenuti lo pronunciano.”

E così ho provato a non correggere più, neanche i tedeschi di Europacantat che mi hanno registrato come Ressella (doppia esse, yea!), neanche la Galleria d’Arte Moderna che ha pubblicato la mia traduzione sotto il nome di Roberta Bernascone (con la e, yea!). E quando la gentile signorina della casa editrice il Castoro mi ha telefonato per dirmi dell’audiolibro del Diario di una Schiappa letto da Neri Marcorè, non mi aspettavo certo che parlasse del nome in copertina, avendo disperatamente cercato di scoprire di chi sia la traduzione dell’Orgoglio e pregiudizio letto dalla Cortellesi che mi ha trasformato in una fan degli audiolibri. Invece il nome in copertina c’è e hanno tanto insistito perché ci fosse che, quando hanno finalmente ricevuto la confezione, si sono rilassati vedendo il cognome (corretto, con la e finale) e non hanno notato che il libro risulta tradotto da una certa Raffaella Bernascone.

Sono scoppiata a ridere pensandomi alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna con una lunga parrucca bionda a cantare Quant’è bello con la Schiappa da Trieste in giù… e poi via a scrollare la testa come la Carrà. After all… What’s in a name? That which we call a Ross by any other name would smell as sweet. 

E a proposito di profumo, dopo aver sentito l’estratto di profumo alla rosa dell’Erbolario addosso a un’amica, avevo deciso di procurarmelo. Ho scoperto che l’Erbolario non lo produce più, anzi non produce più quasi nessun estratto di profumo — un vero peccato! costa poco, si usa a gocce (e si capisce perché non venga più prodotto!) e si può portare in aereo nel bagaglio a mano — così, what’s in a name, ho deciso di prendere quello alla tuberosa, ed è stupendo (ma anche quello discontinued…)

O Tannenbaum

Questa mattina, come tutti gli otto di dicembre, abbiamo fatto l’albero e il presepe. Il presepe è sempre più contaminato (nel senso migliore del termine), e ora oltre al(la?) sari che fa da fondale, alla ragazzetta Thun in meditazione e alla stella cometa di legno in colore contrastante, si sono aggiunte anche le renne di panno rosso accanto alle pecorelle. L’albero è… barocco, as ever. Ma quest’anno la mi’ figliola ha detto che le è venuta voglia di tentare di farne uno più “programmato”, curando l’abbinamento di colori (max 2) e le decorazioni. Ho suggerito di provare uno dei prossimi Natali, prima che scada il contratto d’affitto della casa con bovindo (3 anni ancora). La mia proposta l’ha allibita: “Non sono pronta! Pensavo piuttosto a quando i miei figli saranno grandi e se ne andranno di casa…”

Tenendo conto che ci vorranno probabilmente altri 5 lustri prima che ciò accada, direi che la mi’ figliola programma per tempo.

*     *     *

Domattina approfittando del ponte della scuola piemontese andrò a Pisa, al bel master in traduzione di testi postcoloniali. Lavoreremo su Derek Walcott; il titolo del modulo da 12 ore (venerdì dalle 2 alle 8 p.m., sabato dalle 8 a.m alle 2 – 12 ore di lezione in 24 ore) è Riders to the Sea at Dauphin, insomma una cavalcata tra Synge e Walcott e ritorno, Torino-Pisa e ritorno.

Questa la foto ricordo del nostro incontro. Lui non sembra cambiato molto in dieci anni, io…

Le gioie della vita

Questa mattina nella scuola elementare M. di Torino, Margherita di prima elementare, avendo finito il lavoro prima dei compagni, chiede alla maestra Valentina se durante l’intervallo potrà scrivere sul suo diario segreto.

La maestra Valentina le dice che lo può fare anche in quel momento, visto che ha finito il lavoro, e la piccola Margherita estrae dalla cartella il Diario di una Schiappa Fai-da-te.

La maestra Valentina, orgogliosa, dice: “Margherita, sai chi ha tradotto quel libro? La mia mamma!”

E la mamma, che intanto sta traducendo il quinto volume della serie, è orgogliosa di sapersi tramite per quelle piccole manine.

Torino, New York

Già mentre facevo gli esami di maturità avevo in cuore di scrivere un post su quell’esperienza che mi ha riportato indietro di anni… ma prima c’erano gli esami e subito dopo (a parte gli impegni a scuola che sono stati molti) c’era e c’è la traduzione da terminare ASSOLUTAMENTE entro fine mese.

Quel libro dunque occupa ogni istante di veglia che non sia dedicato a mangiare. Per il riposo le gare di tuffi, ma solo quelle femminili, perché per quelle maschili – pur piacendomi molto – non c’è posto.

Quando alzo gli occhi dal libro (che mi porta in giro per l’Asia centrale, tra i deserti abitati dai banditi e le vette himalayane abitate dai santi), sono a NYC, di fianco al palazzo dell’ONU visto da uno scorcio che non è quello abituale, in una grande riproduzione del quadro di Buffet del 1958. E dentro NY ci sono le mie finestre e anch’io nell’ombra…

Vorrei

Vorrei sdraiarmi sul terrazzo con un buon te’ e il libro che sto leggendo, o in alternativa vorrei poter raccontare la mia esperienza della maturita’ di quest’anno, invece sono qui che traduco con l’accompagnamento di trapano, martello e fresa degli operai del terzo e ultimo piano che probabilmente vorrebbero sdraiarsi sul terrazzo pure loro (possibilmente con la zia Susi), o magari provare l’ebbrezza del tradurre. Vabbe’, mi faccio un te’.

 

Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura

Dev’essere qui da qualche parte, non è possibile che io abbia perso la chiavetta usb da 16 giga. E non è tanto per la chiavetta, quanto piuttosto perché ci stavano sopra TUTTE le mie foto, moltissimissime delle quali non ho altrove, che erano in via di trasferimento.

L’ho cercata dappertutto, compreso in frigo, che è un posto in cui per distrazione ho già messo delle cose del tutto fuori luogo, ma da giorni non riesco a trovarla. Forse salterà fuori in fase di trasloco (ma quando?) e forse invece è proprio andata persa, come quella volta in cui mi è scivolata fuori dalla tasca superiore dello zaino. Allora me n’ero accorta, questa volta invece no…

Spes ultima dea.

Ne approfitto per ri-postare una delle mie poesie preferite, The Art of Losing di Elisabeth Bishop (1976). Ci aggiungo una mia vecchia traduzione e chiedo scusa agli amici che la poesia la traducono per davvero. Anzi, se avete voglia di ritradurla sarò assai felice…

 

The art of losing isn’t hard to master;            Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura;

so many things seem filled with the intent            così tante cose sembrano determinate

to be lost that their loss is no disaster.            ad andar perse che perderle non è sventura.

Lose something every day. Accept the fluster            Perdi qualcosa tutti i giorni. Accetta la paura

of lost door keys, the hour badly spent.            delle chiavi perse, delle ore sprecate.

The art of losing isn’t hard to master.            Imparare a perdere non è un’arte dura.

Then practice losing farther, losing faster:            Poi allenati a perdere più in fretta, con più cura:

places, and names, and where it was you meant            perdi posti, nomi e le destinazioni fissate

to travel. None of these will bring disaster.            per i tuoi viaggi. Non sarà una sventura.

I lost my mother’s watch. And look!my last, or            Ho perso l’orologio di mia madre. E le mura

next-to-last, of three loved houses went.            di questa o quell’altra delle tre case amate.

The art of losing isn’t hard to master.            Imparare a perdere non è un’arte dura.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,            Ho perso due città, così belle. E la natura

some realms I owned, two rivers, a continent.            che possedevo: due fiumi, un continente.

I miss them, but it wasn’t a disaster.            Mi mancano, ma non fu una sventura.

–Even losing you (the joking voice, a gesture            –Perfino perder te (la voce giocosa, la misura

I love) I shan’t have lied.  It’s evident:           che amo) non direi bugie. È evidente:

the art of losing’s not too hard to master            imparare a perdere non è un’arte troppo dura

though it may look like (Write it!) like disaster.            anche se può sembrare (Scrivilo!) una sciagura.

Halloween?

Questa mattina, dimentica dell’ora solare, mi sono svegliata alle vecchie 6. Ho letto a letto fino alle 7, poi colazione con la crema budwig che da tempo trascuravo. Quindi al computer per terminare l’ultima rilettura del Diario di una schiappa 4, in consegna per oggi.

Dopo averlo spedito sentendomi quasi immensamente virtuosa, e prima di aprire la prossima traduzione, che bisogna assolutamente cominciare oggi, come mi insegnano i preziosi amici carteriani, sono andata a leggere la poesia del 31 ottobre nel POEM for the DAY che tengo aperto sulla libreria in ingresso. E qual è la poesia per oggi, se non il sonetto di Keats dedicato alla traduzione: On First Looking into Chapman’s Homer… Ma quanto bene voglio a quel ragazzo?

Qui nella traduzione presentata dal sito della Keats-Shelley House di Roma.

 

 

ON FIRST LOOKING INTO CHAPMAN’S HOMER

Much have I travell’d in the realms of gold,
And many goodly states and kingdoms seen;
Round many western islands have I been
Which bards in fealty to Apollo hold.
Oft of one wide expanse had I been told
That deep-browed Homer ruled as his demesne;
Yet did I never breathe its pure serene
Till I heard Chapman speak out loud and bold:
Then felt I like some watcher of the skies
When a new planet swims into his ken;
Or like stout Cortez when with eagle eyes
He star’d at the Pacific — and all his men
Look’d at each other with a wild surmise —
Silent, upon a peak in Darien.