What’s in a name?

Accade molto spesso che la gente sbagli il mio cognome, credo che ci sia anche qualche traduzione uscita con la al posto della e finale, ma in genere la cosa non mi manda in crisi; invece sono appassionatamente attaccata alla doppia s del nome. Mi sembra che tra Rosella e Rossella ci sia proprio un colore e un’intensità del tutto diversi, per questo ho per anni rotto le scatole ai rappresentanti di libri scolastici perché nel lontano 1985 ero stata inserita nel loro database con una esse sola e sembrava che il database fosse intoccabile, o forse non concepisse l’esistenza di un nome che pure era attestato già nel Medioevo, molto prima del 1937, quando Ada Salvatore ed Enrico Piceni (o forse il loro redattore?) decisero di tradurre il nome di Scarlett (e non quello di Rhett).

Per anni ho protestato e poi a un certo punto ho deciso che, soprattutto all’estero, dovevo darmi pace. L’anno scorso però, a un convegno in Danimarca, ho potuto constatare che se riuscivo ad accettare la caduta della doppia esse o la i finale, mi veniva molto difficile non commentare sul fatto che gli organizzatori avevano sbagliato sia il nome sia il cognome. Visto il fastidio provato, mi sono detta: “Cara Rosella Bernasconi, è arrivato il momento che tu ti disidentifichi un pochino, se non altro dalla grafia del nome. Si capisce che quel cartellino che ti sei appuntata sul golf indica proprio te. Rilassati dài, e gustati il modo in cui gli intervenuti lo pronunciano.”

E così ho provato a non correggere più, neanche i tedeschi di Europacantat che mi hanno registrato come Ressella (doppia esse, yea!), neanche la Galleria d’Arte Moderna che ha pubblicato la mia traduzione sotto il nome di Roberta Bernascone (con la e, yea!). E quando la gentile signorina della casa editrice il Castoro mi ha telefonato per dirmi dell’audiolibro del Diario di una Schiappa letto da Neri Marcorè, non mi aspettavo certo che parlasse del nome in copertina, avendo disperatamente cercato di scoprire di chi sia la traduzione dell’Orgoglio e pregiudizio letto dalla Cortellesi che mi ha trasformato in una fan degli audiolibri. Invece il nome in copertina c’è e hanno tanto insistito perché ci fosse che, quando hanno finalmente ricevuto la confezione, si sono rilassati vedendo il cognome (corretto, con la e finale) e non hanno notato che il libro risulta tradotto da una certa Raffaella Bernascone.

Sono scoppiata a ridere pensandomi alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna con una lunga parrucca bionda a cantare Quant’è bello con la Schiappa da Trieste in giù… e poi via a scrollare la testa come la Carrà. After all… What’s in a name? That which we call a Ross by any other name would smell as sweet. 

E a proposito di profumo, dopo aver sentito l’estratto di profumo alla rosa dell’Erbolario addosso a un’amica, avevo deciso di procurarmelo. Ho scoperto che l’Erbolario non lo produce più, anzi non produce più quasi nessun estratto di profumo — un vero peccato! costa poco, si usa a gocce (e si capisce perché non venga più prodotto!) e si può portare in aereo nel bagaglio a mano — così, what’s in a name, ho deciso di prendere quello alla tuberosa, ed è stupendo (ma anche quello discontinued…)

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Pietà!

Una mattina andando a scuola stavo riflettendo sull’arte, anzi sull’Arte, e mi è caduto l’occhio (presto recuperato!) sul numero di Focus Extra in edicola in questa stramba primavera. Nell’indice ho trovato l’immagine del primo quadro di cui ricordo di essermi perdutamente innamorata. A 16-17 anni l’avevo incontrato sul libro di storia dell’arte: il Ritratto dei coniugi Arnolfini di van Eyck (1434), e alla prima occasione (quell’estate stessa o la seguente) ero andata a Londra (col mio fidanzato del liceo) a vederlo dal vivo alla National Gallery.

Ancora adesso ogni volta che ne vedo la foto, anche nell’indice di Focus, il cuore mi batte un po’ più forte (a riprova che l’arte dura più a lungo – almeno per me – degli amori adolescenziali). Auden ha scritto in Musée des Beaux Arts che About suffering they were never wrong, / The Old Masters, i Fiamminghi non sbagliavano mai quando ritraevano la sofferenza, ma per me i pittori del Quattrocento fiammingo non sbagliano mai. Punto.

Seguendo le suggestioni di quelle letture, mi sono imbattuta nelle versioni contemporanee del ritratto della sofferenza per antonomasia: l’ultimo abbraccio di una madre al figlio morto, e ho ricordato l’emozione che mi aveva dato studiarne al liceo l’ultima versione di Michelangelo, la Pietà Rondanini (1552-1564): quant’è moderna, contemporanea.

Sempre Focus cita il decalogo dello spettatore d’arte di Serena Giordano (l’autrice di Disimparare l’arte, Il Mulino 2012):

  1. Pensate che apprezzare l’arte non è doveroso.
  2. Dimenticate di essere in un museo.
  3. Dimenticate quello che avete imparato a scuola.
  4. Pensate che le opere sono state prodotte da esseri umani, con i loro pregi e i difetti.
  5. Lasciatevi sedurre dalle opere, indipendentemente dall’importanza che il museo attribuisce a ciascuna di loro.
  6. Non pensate di essere inadeguati e di non capire qualcosa che gli altri capiscono.
  7. Lasciate perdere le audioguide e le visite guidate. (Questa sarà dura: io adoro la didattica!)
  8. Non perdete il senso critico: avete il diritto di trovare bella o brutta qualsiasi opera. Sarà sempre meglio che restare indifferenti.
  9. Lasciate che le opere producano pensieri e che questi pensieri si incontrino liberamente con altri, anche molto distanti dai primi.
  10. Muovetevi come vi pare, senza seguire la corrente.

Io aggiungerei anche: e poi fate un giro al bookstore e beatevi nel merchandising!