Que viva Mexico!

 …come dice il mio amico Beta (che ora non si chiama piu’ cosi’, ma non so se mi autorizza a divulgare il suo nome). Pare che domani le temperature scenderanno di nuovo, e l’altro ieri a Citta’ della Pieve si tenevano i caminetti accesi, ma ieri e oggi e’ estate pura: 29-30 gradi, venticello caldo, mercato e turisti. Io sono a casa accanto al libro da finir di rivedere, ma la vista dai coppi apre il cuore.

Quella finestrella che da’ sulla cucina sembra lo sportello di un forno, ma in realta’ dentro si sta benissimo e ieri sera, nonostante la temperatura del giorno, ho acceso il riscaldamento perche’ non c’erano 17 gradi. Torno alle sudate carte…

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Twitter Donne

C’era una volta una bella rivista chiamata Il funambolo. No, diciamo così: c’è una bella intrapresa artistica chiamata Il funambolo che in passato ha pubblicato 10 numeri di una rivista che a me piaceva molto.

Nel corso della vita della rivista, ho avuto la fortuna di collaborare con 4 pezzi (5, ma l’ultimo era per il numero 10 che non ha visto le stampe). L’ultimo numero finora uscito era dedicato all’idea dell’isola, s’intitolava Da Robinson all’isola. Per quello avevo scritto una meditazione sul No Man is an Island di John Donne e poiché amo le costrizioni metriche (ogni articolo della rivista doveva stare tra le 1500 e le 2800 battute) avevo deciso di farlo in paragrafi di lunghezza twitter. Ecco cos’era venuto fuori:

TWITTER DONNE times 13

Meditazioni su No Man is an Island di John Donne, in centoquaranta caratteri ognuna, a partire da Titolo e Sottotitolo

In inglese, mono e bisillabico, è più facile; in italiano: tante sillabe ma ci si può provare. 140 caratteri, non uno di più né uno di meno.

Tante sillabe poche parole: meditazioni zen. Meditazioni twitter per chi ha il tempo scandito dai caratteri sullo schermo del microblogging.

  1.  No Man is an Island, entire of itself; every man is a piece of the continent […]; if a clod be washed away by the sea, Europe is the less.
  2.  Nato su un’isola, genero del T. More dell’Utopia, dove l’isolamento è condizione per la società ideale, Donne inneggia all’interconnessione.
  3.  Lui stesso è principio d’arcipelago: Jack Donne, libertino apologeta del suicidio, mentre il decano John scrive sonetti sacri e meditazioni.
  4.  Any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind, la morte di chiunque toglie vita a me perché sono “coinvolto” nell’umanità.
  5.  Anche Hemingway è coinvolto e ripaga un debito tra letterati: John Donne combatté contro la Spagna, lui a favore: Per chi suona la campana?
  6.  Sono un’isola cantavano Simon & Garfunkel, uno scoglio. I libri e la poesia a proteggermi perché lo scoglio non soffre e l’isola non piange.
  7.  Come loro Nick Hornby in About a boy – sullo schermo Hugh Grant contraddice Donne, ma i titoli di coda lo vedono coinvolto in un arcipelago.
  8. Una volta c’era il single (non si chiamava così), la coppia, la famiglia. Ora c’è l’arcipelago, la rete delle relazioni reali o telematiche.
  9. Nell’isolotto retroilluminato dello schermo di un computer si accendono i fuochi delle comunità virtuali. Virtuale: non è antonimo di reale.
  10. Perfino Robinson Crusoe ha bisogno di trovare un compagno per dividere isola e vita. Come dice Buber: l’io diventa Io a contatto con il Tu.
  11. Il Tu di Robinson è l’altro da sé, è lo specchio che non riflette, è il negativo impressionabile, il Man Friday, il fedele braccio destro.
  12. Ma Friday è il giorno di Freyja o Frigg, il pianeta Venere, la dea dell’amore, la bellezza, la fertilità; il ritorno del rimosso: la donna.
  13. Nessun uomo è un’isola, completo in sé; ogni uomo è[…] una parte del tutto. No Man is an Island. Ogni donna è il continente del rimosso.

Rusila

Forse perché sono nata in un contesto storico e famigliare in cui i confini dei “piccoli” non venivano sempre rispettati, forse perché sono nata sotto il segno di Gemini e la libertà con L maiuscola e minuscola sta assai vicino alla cima nella gerarchia dei miei valori, forse perché sono una madre piuttosto bizzarra…, quando viene il fidanzato di mia figlia in città, visto il poco tempo che hanno per vedersi, cerco di lasciar loro libera la casa. Così per ieri 14 aprile, primo giorno della settimana della cultura, mi ero progettata una bella giornata away from home.

Prima tappa: ore 9.45, visita al MAO insieme all’associazione Segnoscrittura con percorso tematico dedicato alla calligrafia e laboratorio incentrato sull’arabo, dove ho imparato a scrivere la traslitterazione del mio nome, alis u r per l’appunto, con una rondinella sulla S e un’altra sulla L perché la doppia se la può solo permettere Allah, il Misericordioso.

Conclusa la mattinata stimolante, benedicendo i km di portici che Torino ha in centro e che mi hanno permesso di passeggiare all’asciutto in questa piovosissima primavera, sono andata a prendere la mia amica alla Scuola di specializzazione per traduttori editoriali e siamo andate a mangiare un delizioso pranzetto alla Maison.

Dopo pranzo double feature, una passione sviluppata nei mesi trascorsi a Berkeley vivendo vicino all’UC Theater (ora purtroppo chiuso) che ogni giorno dell’anno proiettava 2 film, cambiando quotidianamente la programmazione! Sono andata al Romano dove prima ho visto Pollo alle prugne (carino) e poi Cesare deve morire (splendido). Quindi lunghissima passeggiata fino a casa (quanti chilometri, mi sento già più tonica) e cena luculliana e squisita come sempre a casa di amici/colleghi, il cui figlio minore mi onora leggendo Il diario di una Schiappa in modi assai creativi.

Dunque, grazie Marco che indirettamente mi sproni ad abbandonare la pigrizia del finesettimana!

E per finire il weekend cultural-gastronomico: oggi pranzo al Porto di Savona con la famiglia quasi al completo per festeggiare con un po’ di ritardo il compleanno della mia cognata milanese (con inatteso incontro di amici umbro-svizzeri-newyorkesi), e ora esco a vedere Barbablu (e chi mi ferma più?)

The Mill and the Cross

Mi rendo conto che da un po’ di tempo non riesco ad aggiornare il blog, al massimo ho una frase da dire o un indirizzo sul web da condividere e allora c’è Facebook. Però mi manca il blog, mi manca avere qualcosa da dire. E’ che la mia vita di questi tempi assomiglia tantissimo a un quadro di Bruegel (non a uno in particolare): è piena di cose da fare, fatte, che sto facendo, che mi affretterò (o meno) a fare, e tutte sembrano contemporaneamente interessanti e belle (o meno) e la transizione tra l’una e l’altra è così repentina che la riflessione condivisibile si concentra al massimo in quella frase per Facebook.

Ma dato che mi manca l’aver qualcosa da scrivere sul blog, scelgo di fissare in un post il film di Lech Majewski,  I colori della passione [interessante il making of].  L’ho visto giovedì santo, dopo una cena frugale al Kirkuk, nella sala lunga e stretta del cinema Centrale. Spesso al Centrale si alternano film in lingua originale e doppiati, quasi rimpiangevo di doverlo vedere (per esigenze d’orario) doppiato, ma i dialoghi sono così scarsi che me ne sono fatta presto una ragione. Il film nasce dall’incontro del regista con il quadro di Bruegel il vecchio, La processione [o la salita] al Calvario, che vedeva spesso quando da ragazzo veniva a Milano a trovare lo zio che insegnava al Conservatorio, fermandosi – tra i treni – al Kunsthistorisches Meseum di Vienna, e con il libro di Michael Francis Gibson, The Mill and the Cross (Losanna 2001) in cui l’autore presenta il duplice racconto che Bruegel ci fa nel quadro: la passione del Cristo e quella a lui contemporanea dei protestanti delle Fiandre  per mano dell’Inquisizione della Spagna asburgica.

Non saprei dire del film altro se non che mi è piaciuto vedere il replicante dei Bastioni d’Orione invecchiato (non era un replicante, after all) e che sono felice di aver visto il film in questi giorni di vacanze pasquali.

Ho deciso di godermele a casa le vacanze, principalmente sul divano, con letture a tema: una di queste è la Lettera dal deserto di Göran Tunström appena edito da Iperborea, un’altra sono gli ultimi due volumi del Poema dell’Uomo-Dio della mistica cattolica Maria Valtorta, ereditati dalla biblioteca di mia madre. Intervallati da dvd totalmente fuori tema (ma in tema col corso che tengo al Master in American Studies) quali Glengarry Glen Ross o Angels in America; o da film di tutt’altro peso come Marigold Hotel e (spero domani) Quasi amici. God bless le vacanze di Pasqua!