Che schifo! ovvero Patient Pride

“Che schifo!” era la nuvoletta che si leggeva sulla testa di mia figlia al pianoforte, quando ieri sera sono entrata trionfante in camera sua dopo essermi estratta da sola nel bagno di casa un impianto infetto.

Be’,  lasciando da parte i duemila euro dei 2 impianti che se ne sono andati, (ma due resistono, grazieadio) – il primo dolorosamente nelle pinze del dentista (o era un cacciavite?) un mesetto fa – e dei (solo per contare gli ultimi) trecento euro di medicine allopatiche, omeopatiche, naturopatiche, patiche, spesi in una settimana. Lasciando da parte il dolore fisico degli ultimi sei mesi, il blando avvelenamento da farmaci, il fatto che mi sono persa il Salone del libro e altri incontri per me molto importanti… Insomma, lasciando da parte tutto questo, mi sento già meglio.

Sono molto fiera di essermi autodiagnosticata che qualcosa non andava prima che lo scoprissero i miei due dentisti (peraltro molto bravi, ve l’assicuro); molto fiera (grazie Stefania!) di aver cercato il medico specialista che ha scoperto il germe che m’affliggeva l’osso; molto fiera di aver capito che i medicinali che mi avevano dato, in successione, 5 fra dentisti, dottori e naturopati non funzionavano su di me e di aver cercato altrove qualcosa di più efficace, e molto fiera dell’esperienza con i denti da latte, prima da bimba e poi da mamma, che mi ha permesso in 6 ore (senza contare i 6 mesi prima, in effetti!) di estrarre senza spargimento di sangue e senza vero dolore l’impianto alla Klebsiella di cui sopra.

Ora che sembra che sia accaduto il peggio è invece cominciato il meglio: posso davvero curare l’infezione efficacemente (finché c’è un corpo estraneo infetto, non può passare), sono riuscita a farmi dare una medicina senza lattosio (le precedenti tetracicline lo contenevano), e ho anche le indicazioni per una profilassi efficace per la prossima volta in cui mi opereranno (oh, no, non ci posso pensare oggi).

Perché ho scritto questo post? Mhhh, perché credo che dobbiamo prenderci in mano la cura di noi stessi. Quella del fisico, quella del fisco… Non nel senso che siamo tutti improvvisamente dottori, ma nel senso che, se ci ascoltiamo, siamo i maggiori esperti su noi stessi, ed abbiamo il diritto/dovere di cercare e trovare l’alleato giusto per la nostra salute, fisica, fiscale, psichica… Almeno oggi mi sento così: POWER TO THE PATIENT/CLIENT!

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Figliammé

Ho sempre voluto avere tanti figli, da che mi ricordo (quando piccolina ho letto la versione del Reader’s Digest di Dodici lo chiamano papà); la vita me ne ha regalata una meravigliosamente unica, che a sua volta mi ha regalato, finora, 21 anni sotto un cielo di stupore e curiosità, con qualche rara nuvola di rabbia e dolore. Ma sabato, al funerale della mamma di Giulia, insieme alla primaccì di quest’anno, tra due colleghe/madri putative, ho pensato a quei mille e più che  i genitori mi/ci hanno affidato da che ho cominciato a insegnare.

Arrivano appena usciti dalle medie, che sanno ancora un po’ di bimbi anche se sono ormai adolescenti e qualcuno ha il corpo di un/a ventenne. A quest’età capita che passino, obtorto collo, più tempo con noi che con i loro genitori.

Agli incontri d’orientamento i genitori ce li affidano, si aspettano che imparino, che vengano capiti, spronati. Si aspettano un aiuto in quell’improbo compito che è accompagnare la crescita di un essere umano. Qualcuno di loro tornerà molte volte a incontrarci. Altri verranno alle feste comandate dei consigli di classe e dei ricevimenti parenti. Altri ancora spariscono e non li vedremo per i cinque/sei anni in cui i loro figli staranno con noi, solo le loro firme sul libretto delle assenze e sulle pagelle sui pagellini e qualche volta sulle note.

Ma succede anche – come il papà di Simone sei anni fa, la mamma di Federico tre anni fa, la mamma di Giulia quest’anno – che ce li affidino e poi vadano dove non vorrebbero scegliere di andare. In realtà sono con noi (parlo di noi insegnanti) più di altri. Sono nelle lacrime che ricacciamo, sono nei pensieri che abbiamo, sono in quell’affetto che diamo ai loro figli e a tutti gli altri che siedono nei banchi con loro, o nelle classi accanto, come dice la benedizione del Buddha: a nord a sud a est a ovest in alto e in basso della sedia su cui i loro figli passano cinque/sei ore al giorno con noi.

Sono nei cieli di stupore e curiosità, con qualche nuvola di rabbia e dolore, che ci portiamo dentro e cerchiamo di condividere con i mille figliammé e con gli altri colleghi. Perché anche noi, anno dopo anno, finiamo di passare insieme più ore di quelle che trascorriamo in famiglia

Kant alpin(o)

Questa mattina in centro con l’amico francese di passaggio a Torino, mi sono chiesta com’è accaduta questa mia improvvisa passione per gli alpini, che lascia perplessa la mia amica Maurizia.

Me lo chiedo. Alle 10 e mezza per andare a prendere Stéph sono passata in Crocetta accanto al luogo giustamente definito dell’ammassamento, dove fin dalle 8 confluivano le varie brigate per poi iniziare la parata alle 9 dal Monumento (per i non torinesi, alla confluenza dei corsi Vittorio Emanuele II – che qui tutti chiamano Vittorio – e corso Galileo Ferraris – Galfer). Quando alle 11 e qualcosa siamo riusciti ad arrivare in Piazza Vittorio (Veneto, ma nessuno qui la chiama così) per una tranquilla – ah ah – colazione al caffè Elena (che si chiama proprio solo così), la parata era in pieno svolgimento, e lo era altrettanto quando sono ripassata dal luogo dell’ “ammassamento” all’una e mezza: o gli alpini girano in tondo oppure sono proprio tantissimi!

Quando oltre che dalla folla in piazza Vittorio sono stata investita dalle zaffate d’alcol e d’urina che si levavano dagli angoli dei portici, ho cominciato a chiedermi perché quello stesso puzzo mi offende quando si tratta dei tifosi di Champions League e invece oggi mi dà un fastidio puramente olfattivo.

Perché trovo allegre le tende accampate in ogni aiuola, quando i camper, le roulotte con déhors ecc. davanti al tribunale non sono poi molto diversi dai campi nomadi della periferia che non mi ispirano alcun buonumore?

Questi pensieri ancora senza risposta hanno però sbriciolato il compiaciuto senso di equanimità con cui mi pareva di godere della vista della folla, delle bande, dell’unità cinofila con tutte quelle razze e quegli incroci, delle bancherelle di ambulanti africani, dei venditori di gadget, delle botti e bottiglie che ogni bar, caffè e ristorante, dal più modesto al più bio al più sciccoso e pretenzioso, metteva in vendita sul selciato.

Cric cric cric, come le vetrine di zucchero nei telefilm, mi si è sbriciolata l’equanimità, ed è un peccato, perché era una così bella sensazione! Dirò meglio: mi si è sbriciolata l’illusione dell’equanimità, che però era una sensazione bellissima lo stesso.

Questo per fortuna non toglie nulla alla bellezza del mio weekend. Cominciato ieri di buon’ora mentre attraversavo Torino per andare al laboratorio di lettura del mio coro, osservando i molti e gentili addetti (ad altissima percentuale est europea) alla viabilità torinese. Come forse ho già detto ci esercitiamo col do mobile. Le mie compagne che leggono la musica correntemente fanno grande fatica, ma per quelle come me che sguazzano nell’ignoranza è una manna: sostanzialmente chiami DO la tonica di qualsiasi scala e impari a cantare gli intervalli. E se hai qualcuno che ti dà il DO è come se sapessi il setticlavio senza sapere di saperlo. O forse senza saperlo tout court.

Il laboratorio si teneva in un posto tutto verde in collina, di quelli che sembra che solo gli ordini religiosi e i parenti degli Agnelli abbiano da queste parte. Per fortuna che i religiosi te li affittano per 10 euro all’ora che per un coro è una spesa abbordabile. Così, cantando, mangiando, ridendo, studiando è passata la giornata.

Era una giornata campale per Torino: alpini e giro d’Italia. E pensavo a queste due realtà che legavano attraverso la storia e la geografia il nostro paese con tutte le sue minoranze etniche, le nuove immigrazioni, le sue spinte separatiste.

E pensavo a me (ma dài!), e a che giorno importante il 7 maggio è per me. Tutti nasciamo figli e alcuni di noi nascono fratelli e sorelle, ma io ricordo il giorno in cui mi sono trasformata in sorella, cinquant’anni fa. Ricordo la prima volta in cui ho visto quella bambola bionda con cui avrei diviso spazi e affetti per 25 anni almeno. E quel ricordo è inestricabilmente legato ai festeggiamenti per il centenario dell’Unità d’Italia. Italia ’61, io c’ero, e mio padre mi ha portato sulla monorotaia e l’ovovia e cosa potesse essere quell’alba del boom economico per gli italiani, neanche riesco a immaginarlo 50 anni dopo, ma immagino (ricordo?) benissimo l’emozione che ho provato a salire a quelle altezze con il mio immenso papà (1.95 m. era altissimo per una cinquenne del ’61!)

Ieri abbiamo festeggiato anche quello, la famiglia, il compleanno di Maurizio, l’onomastico di sua moglie Flavia (santa subito, se non altro perché ha lavorato alla beatificazione di Giovanni Paolo II), la voglia di stare tutti insieme (i più vecchi?) o la disponibilità a mettere in stand-by per qualche ora gli amici, le relazioni, gli impegni (i più giovani?) per ricollegare quei fili che come il nostro Paese tirano in direzione diverse.

Non lo so, Maurizia, perché mi diano allegria gli Alpini in giro per Torino. Perché non abito in centro e dunque dormo di notte, perché sono legati alla mia idea di famiglia – l’unico maschio della mia parentela immediata che abbia fatto, obtorto collo, il militare (tutti gli altri l’hanno scampato) – è un alpino con tanto di camicia scozzese di Abercrombie perché la classe non è acqua! Perché mi piacciono i festeggiamenti che uniscono, perché mi piace Torino vivace – Olimpiadi, Paralimpiadi, Universiadi, Unità d’Italia, Giro d’Italia… basta che ci sia gente allegra per le strade, gente contenta di essere qui – perché anche Chiamparino ha fatto l’alpino e mi sa che un sindaco così lo rimpiangeremo. Non lo so, Maurizia…

Barcollo ma non mollo

Devo dire che mi mette di buon’umore la citta’ vestita a festa per gli alpini, aprendo le finestre a scuola arrivava il profumo della carne arrosto dalle bancarelle di Piazza Statuto e gia’ alle 11 si sentiva un certo languorino che non bastava il Ferrero Rocher di Ambrogio a tranquillizzare.

Quando sono uscita alle cinque e mezza dai consigli di classe, ho capito appieno il significato della T-shirt in vendita per l’84esimo raduno dell'”Orgoglio d’Italia”: Barcollo ma non mollo. Davanti a me un alpino attraversava zigzagando la via Cibrario sotto il peso di uno zaino militare quasi piu’ grande di lui, mentre un compagno con un tasso alcolico appena inferiore cercava di sorreggerlo, brandendo con l’altra mano una bottiglia di birra in equilibrio altrettanto instabile. Quando finalmente i due sono approdati al marciapiede opposto, il grande, ancora in grado di intendere e volere, o almeno di parlare, ha chiesto a un’elegante signora con teglia di clafoutis alle erbette in mano  (io): “Si puo’ pisciare qui?” indicando il cancello accanto al negozio di Poltrone&sofa’. Gli ho consigliato il bar a due porte di li’, ma non sembrava davvero interessato. Pero’ mi sono quasi commossa che nel suo delirio etilico abbia scelto proprio me a cui confidare quel bisogno urgente. Evidentemente i tre giorni di consigli in cui ho dovuto informare molte famiglie sulla situazione dei loro figli: E’ grave. Puo’ farcela. E’ in rianimazione. L’abbiamo ricoverato in terapia intensiva… deve avermi disegnato un fumetto di accoglienza sulla testa. E l’accoglienza e’ una delle virtu’ che piu’ amo coltivare, non per niente sono l’orientatrice in ingresso (Per di qua, per di qua!)

Il clafoutis e’ per il primo raduno ufficiale di lettura del mio coro: una giornata intera dedicata al cantare leggendo, con in mezzo chiacchiere e buon cibo.

Domani e’ festa grande perche’ brindero’ ai miei primi 50 anni da sorella. Vabbe’, no, festeggeremo i cinquant’anni del mio bellissimo fratello che senza neanche un ritocchino li porta meglio di George Clooney che ha solo un giorno piu’ di lui. E dato che e’ un ex-alpino (ma si smette mai di essere alpini?), tutti al ristorante con la coccarda dei 150 anni.

Lingue in scena

Quest’oggi rientro soft a scuola per il post vacanze: con la collega di lettere e due classi del triennio siamo andati alla giornata di apertura di Lingue in scena – “manifestazione che intende educare i giovani alla cittadinanza europea, alla conoscenza ed al rispetto delle altre culture attraverso la pratica artistica”. Abbiamo visto un divertente Die Welt, aus dem Ei gepellt (una serie di quadri surreali sull’uovo, compreso una storia assurda su come si cucina un uovo di Ionesco) fatta da un gruppo di ragazzi di Colonia in francese, italiano, inglese e turco; un’Antigone francese fatta dalla sezione franco-ceca del liceo slavo di Olomouc; e il Juliet and Romeo, cosi’ all’italiana, in inglese de noantri, il liceo di dietro l’angolo.

I ragazzi sono stati GRANDI! L’organizzatrice maxima e’ venuta a complimentarsi con loro alla fine dello spettacolo e ha detto che ha visto tanti Romeo e Giulietta, ma questo l’ha proprio commossa. E ha lodato la maturita’ teatrale dei ragazzi, e ovviamente i grandi Giorgia Cerruti e Davide Giglio della Piccola Compagnia della Magnolia che li guidano per il quarto anno consecutivo. Oltre a gustarmi tutto quello, io mi sono goduta il loro bell’inglese… bravi bravi braci tutti e anche quelli che sono figli a me!!!!

Ah, naturalmente le foto qui sopra le ho rubate col mio iPhone e i ragazzi non mi hanno autorizzato a pubblicarle…

Love all, serve all – Help ever, Hurt never

Stamattina  ho acceso l’ultimo bastoncino d’incenso delle vacanze di Pasqua mentre chiudevo casa in Umbria (Nag Champa nella scatoletta bianca e blu che porta il nome di Satya Sai Baba, non una delle mie frequentazioni, se non incensieristiche, ma so che se n’e’ andato in queste vacanze e mi piace la sua frase che ho messo a titolo di questo post…). Sono state lunghe, grazie al calendario scolastico del Piemonte che non fa ponti (ne’ sconti, ma dilata le vacanze tradizionali) e belle.

Il viaggio a casa e’ stato straordinariamente scorrevole e lo sara’ anche il rientro a scuola perche’ quasi non ci metto piede, dato che andro’ con 2 classi alla Cavallerizza Reale a vedere 3 gruppi europei di teatro di scuola per Lingue in Scena, tra cui La contrada dei pazzi –  la nostra compagnia – che fara’ Romeo and Juliet. Sara’ un tuffo nell’inglese, francese, turco e italiano, ognuno parlera’ una lingua non sua…

Insomma, rientro soft.