Vedi mai…

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Washing up

A volte anche lavare i piatti sembra un’avventura.

Finestra

Sono stati tre giorni eterni e insieme intensi, segnati da due incontri fondamentali: il primo con gli scritti sulla Parola di Raimon Panikkar e il secondo con questa finestra davanti alla quale, anzi dentro la quale ho passato molto tempo:

E qui, in un video, una bellissima descrizione di Panikkar sulla Finestra sul mondo.

25 aprile

Parto per 3 giorni di ritiro, senza cellulare, internet, computer, forse anche senza libri. Questo il cielo che mi accompagna come appariva dal terrazzo all’alba…

Minishopping

Nel post di ieri sera ho accennato al minishopping della giornata. Per fortuna l’amica compagna di gite come me e’ appassionata di cultura, spiritualita’, buona cucina e boutique, insomma di bellezza! Ma a Lucignano all’ora di pranzo l’unica boutique aperta era quella di Annalisa (acc. non riesco a ricordare il nome del negozio, ma appena lo scopro lo aggiungo), appena trasferita da una vita tutta milanese e d’azienda alla pace delle colline toscane. Con la socia (quella del Goccino gnam gnam di cui ho scritto ieri), ha aperto un negozio di cose per la casa (dallo zerbino al quadro), dove tutto cio’ che si vede (tranne lei, credo) e’ in vendita. Il negozio e’ strutturato come un piccolo alloggio, c’e’ addirittura la cucina con un meraviglioso focolare d’epoca, e dato che era venerdi’ santo e bisognava fare astinenza, mi sono limitata a tre pezzettini: un (tras)porta torte (more about that later), uno zerbino di cocco made in India (vedi lato) e un Mercante in fiera fatto con simpatici personaggi nasoni che a noi sono parsi ben rappresentare la selva di subpersonalita’ che ci si muovono dentro. Cosi’ l’abbiamo diviso 50/50 (un egocentrico a testa is more than enough!) e ho deciso che di tanto in tanto postero’ la nasona o il nasone con cui mi sento particolarmente in contatto.

Ieri indovinate un po’ chi era? In basso a destra nella figura, il nome dell’artista che li ha creati.

Parla poco, odi assai

E’ stato lungo il viaggio Torino – Citta’ della Pieve ieri, col primo traffico di Pasqua: 8 ore e mezzo quando nei giorni fortunati ce la si fa in 6 ore; anche la povera violetta ne ha risentito…

All’arrivo ho fatto le pulizie pasquali alla casetta in cui non venivo da tre settimane e quindi, dopo un meraviglioso piatto di pici all’aglione della mitica Serenella, sono stramazzata sul letto.

Ma stamattina mi sono rifatta dalle fatiche del Giovedi’ Santo: con un’amica siamo andate a visitare Lucignano in provincia di Arezzo. Un paese bellissimo a pianta ellittica formata da anelli viari concentrici, divisi nella via ricca e la via povera, con belle chiese e il famoso reliquiario a forma d’albero alto piu’ di due metri che qualche guida dice essere l’unico al mondo nel suo genere:

Mi ha colpito che ci siano voluti 120 anni a farlo, dal 1350 al 1471! Molti gioielli che lo componevano sono scomparsi, come pure alcune miniature, ma avrei potuto guardarlo per ore tanti erano i particolari da cogliere.

Ho avuto modo di stupirmi (incredibile ma, grazie alla mia ignoranza, la vita e’ piena di stupori!) del fatto di avere tante volte parlato di stato catalettico, credendolo una malattia, e solo oggi al museo comunale di Lucignano ho scoperto che cos’e’ un cataletto!

Sul retro di questo c’e’ una deposizione del Cristo (quanto mai adatta al Venerdi’ Santo) sotto al monito Hodie mihi cras tibi. E poiche’ del doman non v’e’ certezza, con l’amica abbiamo deciso di goderci l’oggi e, dopo esserci saziate di cultura, abbiamo fatto un minishopping (more about that later) e festeggiato il giorno di astinenza e digiuno con un pranzo parco ancorche’ squisito e immerso nella bellezza della terrazza del Goccino.

Ma se di questa giornata dovessi conservare una sola cosa? (Perche’ mai dovrei conservare una sola cosa???) Be’ prova a immaginare di poter conservare una sola cosa… (Devo rinunciare alle terracotte invetriate del della Robbia o del Sansovino alla SS. Annunziata? E all’altare della Collegiata di San Michele Arcangelo?) Una cosa sola. (Due, per favore, sono dei Gemelli e hanno sempre gusti diversi l’uno dall’altro…) Va bene, due allora.

Senz’altro il monito dell’angelo nella Sala delle Udienze (1438-1479): Parla poco, odi assai. Guarda el fine de cio’ che fai.

E poi la potenza dell’affresco attribuito a Bartolo di Fredi nella Chiesa di San Francesco: un Trionfo della Morte, in cui la Morte su un destriero nero e’ un cavaliere dai lunghi capelli bianchi al vento, la falce fermata in vita da una cinta e nelle mani un arco teso in direzione delle sue prossime vittime. Non trovo un aggettivo per descriverlo, cosi’ come quasi non si trovano immagini che riproducano l’affresco, e soprattutto nessuna che gli renda giustizia. Vale una gita a Lucignano.

Window shopping

Per via dei buoni propositi di cui al penultimo post, ho deciso che il momento migliore per una bella passeggiata in centro è rigorosamente la domenica mattina prima dell’apertura dei negozi che di questi tempi turistici lavorano anche il dì di festa. Così domenica scorsa ho preso una metropolitana semideserta (unico altro utente un signore che si è infilato senza pagare il biglietto attraverso il cancelletto aperto dal mio abbonamento — grrr — e avevo anche provato a schivarlo, ma non ho avuto la prontezza di farlo passare davanti a me…) e sono scesa a Porta Nuova. Sotto un sole estivo mi sono tuffata tra i gruppi di turisti venuti ad assaporare l’Esperienza Italia 150 e ho percorso la via crucis et deliciarum che passa attraverso Zara (soprattutto Home), Bertolini & Borse con i suoi Desigual, Camper e le amate borse Gabs, e naturalmente Fnac e la Feltrinelli Ricordi e… e… e… Insomma, una bella passeggiata cittadina, senza poter cedere alle tentazioni, tanto che dopo poco più di un chilometro neanche le guardavo quelle vetrine inaccessibili.

Finché sono arrivata davanti ad Aspesi. E non sono stati i vestiti ad attrarmi, ma la creatività del(la?) vetrinista che ha composto abiti divertentissimi e assai belli con i quotidiani, utilizzando le pagine della Stampa del 14 marzo per un magnifico abitino da cocktail Esperienza Italia, il Sole 24 ore per una tonalità beige assai chic e La Repubblica per il trench. Ecco qui i miei preferiti, e se qualcuno per caso sa il nome del/la vetrinista, vi prego, voglio conoscerla/o!!!

Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura

Dev’essere qui da qualche parte, non è possibile che io abbia perso la chiavetta usb da 16 giga. E non è tanto per la chiavetta, quanto piuttosto perché ci stavano sopra TUTTE le mie foto, moltissimissime delle quali non ho altrove, che erano in via di trasferimento.

L’ho cercata dappertutto, compreso in frigo, che è un posto in cui per distrazione ho già messo delle cose del tutto fuori luogo, ma da giorni non riesco a trovarla. Forse salterà fuori in fase di trasloco (ma quando?) e forse invece è proprio andata persa, come quella volta in cui mi è scivolata fuori dalla tasca superiore dello zaino. Allora me n’ero accorta, questa volta invece no…

Spes ultima dea.

Ne approfitto per ri-postare una delle mie poesie preferite, The Art of Losing di Elisabeth Bishop (1976). Ci aggiungo una mia vecchia traduzione e chiedo scusa agli amici che la poesia la traducono per davvero. Anzi, se avete voglia di ritradurla sarò assai felice…

 

The art of losing isn’t hard to master;            Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura;

so many things seem filled with the intent            così tante cose sembrano determinate

to be lost that their loss is no disaster.            ad andar perse che perderle non è sventura.

Lose something every day. Accept the fluster            Perdi qualcosa tutti i giorni. Accetta la paura

of lost door keys, the hour badly spent.            delle chiavi perse, delle ore sprecate.

The art of losing isn’t hard to master.            Imparare a perdere non è un’arte dura.

Then practice losing farther, losing faster:            Poi allenati a perdere più in fretta, con più cura:

places, and names, and where it was you meant            perdi posti, nomi e le destinazioni fissate

to travel. None of these will bring disaster.            per i tuoi viaggi. Non sarà una sventura.

I lost my mother’s watch. And look!my last, or            Ho perso l’orologio di mia madre. E le mura

next-to-last, of three loved houses went.            di questa o quell’altra delle tre case amate.

The art of losing isn’t hard to master.            Imparare a perdere non è un’arte dura.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,            Ho perso due città, così belle. E la natura

some realms I owned, two rivers, a continent.            che possedevo: due fiumi, un continente.

I miss them, but it wasn’t a disaster.            Mi mancano, ma non fu una sventura.

–Even losing you (the joking voice, a gesture            –Perfino perder te (la voce giocosa, la misura

I love) I shan’t have lied.  It’s evident:           che amo) non direi bugie. È evidente:

the art of losing’s not too hard to master            imparare a perdere non è un’arte troppo dura

though it may look like (Write it!) like disaster.            anche se può sembrare (Scrivilo!) una sciagura.

Consumenismo

La mia è una delle scuole aderenti al progetto Ri-scarpa lanciato dalla Provincia di Torino il dicembre scorso; in ingresso esibiamo il cassonetto in cui siamo invitati a depositare le scarpe che non usiamo più.

L’altra sera avevo visto un servizio in TV sulle peripezie di una maglietta affidata a un cassonetto e inseguita dal giornalista attraverso l’Europa e numerosi procedimenti, per approdare infine nei mercati africani. Il servizio non mi aveva esattamente riempito il cuore di speranza, soprattutto all’idea che le persone si dovessero poi comprare gli abiti che noi diamo “per beneficenza”, ma ho capito che si fa beneficenza alle associazioni (Croce Rossa? ecc.) che poi rivendono i capi di vestiario a peso… Finiranno così anche tutti gli indumenti che diamo, ad esempio, al Sermig? Io me li immaginavo gratuitamente addosso a qualcuno e in quell’ottica ho dato pure il mio vestito da sposa (rosso Valentino a pois avorio, portabilissimo in molte occasioni!), che non vorrei nessuno dovesse ricomprarsi.

Comunque, del cassonetto ri-scarpa mi piace l’idea che con le scarpe usate si facciano le insonorizzazioni dei pavimenti, così, per amore dell’isolamento acustico, ho deciso che era giunto il momento di separarmi dalle mie Mizuno ormai bucate e “scollate” lateralmente. Le avevo comprate nel 1996 in un tentativo gemelliano di darmi allo squash. Finito il pacchetto di lezioni acquistate, la racchetta è andata nell’armadio ma le scarpe hanno fatto il loro servizio. Prima ai miei piedi, poi dal 2004 al 2009 le ha usate mia figlia per le ore di educazione fisica a scuola, e infine le ho recuperate da usare a coro dove le mie amatissime onnipresenti MBT non sono adatte perché col loro dondolio mi trema la voce. Ma lunedì scorso le guardavo tra un Magnificat e l’altro, e soprattutto la destra non stava più insieme, dunque stamattina sono partita col sacchettino nello zaino.

Per via mi sono data una pep talk, dicendo che sono proprio sulla buona strada, che con l’aiuto della crisi mondiale e del Tesoro italiano che per un vecchio errore mi toglie una bella fetta di stipendio tutti i mesi, questo sarà il mio anno del consumenismo: farò con quel che ho (che è sicuramente tantissimo) e non mi lascerò indurre in tentazione, né dai costumi da bagno che tanto al mare non ci vado, né dagli abitini estivi di maglina che puoi stropicciare in valigia e quando te li metti addosso sono perfetti, che tanto ne ho già uno al giorno per tutta la settimana o quasi, e soprattutto NON dalle MBT della mezza stagione, che mi mancano. Nella collezione infatti ho due stivali e due paia di sandali, però in questi giorni di 25 gradi ma ancora aprile ci vorrebbe proprio una via di mezzo. Ma NO! Perché questo è il mio anno del consumenismo!

Sono andata a scuola, ho depositato il sacchettino Mizuno nel contenitore e ho fatto le mie ore di lezione. Prima di tornare a casa, però, dovevo passare dal settore politiche giovanili per Scuola Super. Ho imboccato via Garibaldi tenendomi ben nel centro della strada, a distanza di sicurezza dalle vetrine di entrambi i lati e guardando dritto avanti a me. Ma non ho potuto proprio evitare di vederlo, perché c’è un grosso steccato di legno bordò davanti a una duplice vetrina nel secondo isolato. Lì dove c’era prima un negozio di abbigliamento per giovanissimi sta per arrivare….

l’MBT Store Torino!!!!!!!!!!

Dovrò farmi legare come Ulisse davanti alle sirene!

E’ tempo di glicine

Stamattina andando a scuola a piedi ho visto che il glicine sulla terrazza di via Migliara era in piena fioritura, allora al ritorno sono passata da piazza Bernini a trovare un altro dei miei glicini preferiti (vedi sopra). Ma non vedo l’ora che sia tutto in fiore l’altissimo albero di via Digione sull’angolo con la via Medici. Per farvi un’idea di che cosa dev’essere quella cascata viola, guardatelo su Google maps, anche se qui è ancora verde, ma immaginatelo tutto lilla con i suoi — credo — 5 piani! anche se non mi sta mai tutto in una foto…

Ho cercato qualche volta di piantarlo in vaso, e un anno avevo anche visto nascere le pianticelle, ma poi tra lui che ha bisogno di terra vera, e quel balconcino ammazzapiante sul corso Tassoni… magari il prossimo anno faccio la prova bovindo!