Tu mi fai girar la testa…

E non credo si tratti del fascino Camay. Il mio dottore ha escluso il danno neurologico (yuppie!) e non è chiaro se si tratti di labirintite o del carico sul collo delle recenti operazioni ai denti (accipicchia!), fatto sta che giovedì in secondaccì, durante un’interrogazione, nel momento in cui contemplavo le tre lavagne coperte da forme verbali piuttosto ardite ad opera dei miei diletti, sono stata colta da una profonda vertigine. Per un attimo ho pensato che potesse essere la pressione bassa (dato che contro la creatività verbal-lessicale sono piuttosto vaccinata), ma non era così.

La pressione è perfetta, dice il medico senza quantificare; eppure le vertigini sono proseguite nei momenti più strani, tipo quando dal sole sono entrata nell’androne in ombra. E’ la prima volta che mi si diagnostica una sindrome vertiginosa. Neanche ai tempi della minigonna o a quelli più recenti di proverbiali scollature.

Sembra che il cortisone mi farà sgonfiare il cervello (mah!), comunque mi risparmia gli sternuti primaverili… Ora mi dirigo vertiginosamente a letto, dove mi attendono due classi di vertiginose traduzioni grammaticali. Ma come diceva la mia omonima: ci penserò domani. O magari dopodomani.

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Vorrei…

Vorrei poter scrivere di questi giorni al Salone del Libro, ma ho ancora troppo da fare per la scuola domani, e poi c’è un libro ancora da presentare domani sera e mi devo preparare, quindi in omaggio all’amica traduttrice che in Canada ha pensato al mio frigo, ecco la foto:

Grazie Liseuse!

Magister, insegna a te stesso!

Quando entro in classe aspetto che si alzino tutti in piedi e che ci guardiamo reciprocamente negli occhi, poi li invito a risedersi. A volte chiedo anche che i ragazzi tirino su i pantaloni. Venerdì abbiamo discusso su quanta mutanda è opportuno mostrare. Era appena uscito l’articolo in cui si parlava del ragazzo inglese che aveva vinto la causa contro la scuola che non gli permetteva di portare i pantaloni larghi e bassi in vita, poiché imporre un codice di abbigliamento, secondo quel tribunale, ledeva i diritti umani. Ho detto che il mio discrimine era la “riga”: non intendo discutere sull’indiscutibile fascino di G., tuttavia non desidero vedere 4 dita di immacolate mutande di design nonchalantemente strette fra le chiappe esposte (nell’intervallo può però riabbassare il pantalone per lo struscio nei corridoi); e per le pari opportunità ho aggiunto che anche l’invidiabile decolté di R. dovrebbe attenersi al discrimine della “riga”. E giù a parlare di criteri estetici, rispetto e via discorrendo.

Sulla strada di casa, mi è capitato fra le mani un aforisma di Sri Chinmoy, diceva: Noi per primi dobbiamo seguire il consiglio che diamo agli altri. Mi sono chiesta che cosa avesse a che fare con me quell’aforisma, e mentre lo consideravo ho abbassato gli occhi.

Ups!