Nel migliore dei mondi possibili
Ore 17.10 circa, ultimo consiglio di classe di questa tornata, la rappresentante dei genitori chiede: “Ma professoressa cosa fa di programma quest’anno che i ragazzi sono così entusiasti?!?” Mi si circonflettono le sopracciglia in una domanda quasi perplessa pensando ai Romantici e agli esercizi del FCE. “Sono contenta che piaccia a sua figlia!” Gli altri genitori a sostegno: “Oh no, piace a tutta la classe.” In effetti è una classe speciale.
Tornando a casa trovo sulla porta il catalogo per cui ho tradotto quest’estate, con un biglietto di pugno della Direttrice dell’istituzione che mi ringrazia per il lavoro. Pagato. Puntualmente.
Fantascienza? No, il migliore dei mondi possibili, un tranquillo martedì di novembre.
E domani che sciopero quasi quasi faccio un salto alla mostra
English doesn’t like me
Il sesto libro della serie Diario di una Schiappa è in consegna tra una settimana, e per distrarmi un po’ (visto che ho cominciato a digitare cose tipo “l’hui disse”), mi sono messa a fare il quiz online sul sito goodreads.com. Ma mi sono caduti gli occhi sulla tastiera, quando stavo per digitare la risposta (giusta!) alla domanda n. 4
- DOVE METTE MANNY L’ADESIVO CHE GLI HA DATO GREG?
La risposta esatta è: sull’auto del loro papà, che nel quiz risulta scritto STICKS IT ON THERE DADS NEW CAR!!!
Gesummio, facciamoli leggere, vi prego! E insegnamogli a scrivere!
What’s in a name?
Accade molto spesso che la gente sbagli il mio cognome, credo che ci sia anche qualche traduzione uscita con la i al posto della e finale, ma in genere la cosa non mi manda in crisi; invece sono appassionatamente attaccata alla doppia s del nome. Mi sembra che tra Rosella e Rossella ci sia proprio un colore e un’intensità del tutto diversi, per questo ho per anni rotto le scatole ai rappresentanti di libri scolastici perché nel lontano 1985 ero stata inserita nel loro database con una esse sola e sembrava che il database fosse intoccabile, o forse non concepisse l’esistenza di un nome che pure era attestato già nel Medioevo, molto prima del 1937, quando Ada Salvatore ed Enrico Piceni (o forse il loro redattore?) decisero di tradurre il nome di Scarlett (e non quello di Rhett).
Per anni ho protestato e poi a un certo punto ho deciso che, soprattutto all’estero, dovevo darmi pace. L’anno scorso però, a un convegno in Danimarca, ho potuto constatare che se riuscivo ad accettare la caduta della doppia esse o la i finale, mi veniva molto difficile non commentare sul fatto che gli organizzatori avevano sbagliato sia il nome sia il cognome. Visto il fastidio provato, mi sono detta: “Cara Rosella Bernasconi, è arrivato il momento che tu ti disidentifichi un pochino, se non altro dalla grafia del nome. Si capisce che quel cartellino che ti sei appuntata sul golf indica proprio te. Rilassati dài, e gustati il modo in cui gli intervenuti lo pronunciano.”
E così ho provato a non correggere più, neanche i tedeschi di Europacantat che mi hanno registrato come Ressella (doppia esse, yea!), neanche la Galleria d’Arte Moderna che ha pubblicato la mia traduzione sotto il nome di Roberta Bernascone (con la e, yea!). E quando la gentile signorina della casa editrice il Castoro mi ha telefonato per dirmi dell’audiolibro del Diario di una Schiappa letto da Neri Marcorè, non mi aspettavo certo che parlasse del nome in copertina, avendo disperatamente cercato di scoprire di chi sia la traduzione dell’Orgoglio e pregiudizio letto dalla Cortellesi che mi ha trasformato in una fan degli audiolibri. Invece il nome in copertina c’è e hanno tanto insistito perché ci fosse che, quando hanno finalmente ricevuto la confezione, si sono rilassati vedendo il cognome (corretto, con la e finale) e non hanno notato che il libro risulta tradotto da una certa Raffaella Bernascone.
Sono scoppiata a ridere pensandomi alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna con una lunga parrucca bionda a cantare Quant’è bello con la Schiappa da Trieste in giù… e poi via a scrollare la testa come la Carrà. After all… What’s in a name? That which we call a Ross by any other name would smell as sweet.
E a proposito di profumo, dopo aver sentito l’estratto di profumo alla rosa dell’Erbolario addosso a un’amica, avevo deciso di procurarmelo. Ho scoperto che l’Erbolario non lo produce più, anzi non produce più quasi nessun estratto di profumo — un vero peccato! costa poco, si usa a gocce (e si capisce perché non venga più prodotto!) e si può portare in aereo nel bagaglio a mano — così, what’s in a name, ho deciso di prendere quello alla tuberosa, ed è stupendo (ma anche quello discontinued…)
O Tannenbaum
Questa mattina, come tutti gli otto di dicembre, abbiamo fatto l’albero e il presepe. Il presepe è sempre più contaminato (nel senso migliore del termine), e ora oltre al(la?) sari che fa da fondale, alla ragazzetta Thun in meditazione e alla stella cometa di legno in colore contrastante, si sono aggiunte anche le renne di panno rosso accanto alle pecorelle. L’albero è… barocco, as ever. Ma quest’anno la mi’ figliola ha detto che le è venuta voglia di tentare di farne uno più “programmato”, curando l’abbinamento di colori (max 2) e le decorazioni. Ho suggerito di provare uno dei prossimi Natali, prima che scada il contratto d’affitto della casa con bovindo (3 anni ancora). La mia proposta l’ha allibita: “Non sono pronta! Pensavo piuttosto a quando i miei figli saranno grandi e se ne andranno di casa…”
Tenendo conto che ci vorranno probabilmente altri 5 lustri prima che ciò accada, direi che la mi’ figliola programma per tempo.
* * *
Domattina approfittando del ponte della scuola piemontese andrò a Pisa, al bel master in traduzione di testi postcoloniali. Lavoreremo su Derek Walcott; il titolo del modulo da 12 ore (venerdì dalle 2 alle 8 p.m., sabato dalle 8 a.m alle 2 – 12 ore di lezione in 24 ore) è Riders to the Sea at Dauphin, insomma una cavalcata tra Synge e Walcott e ritorno, Torino-Pisa e ritorno.
Questa la foto ricordo del nostro incontro. Lui non sembra cambiato molto in dieci anni, io…
Le gioie della vita
Questa mattina nella scuola elementare M. di Torino, Margherita di prima elementare, avendo finito il lavoro prima dei compagni, chiede alla maestra Valentina se durante l’intervallo potrà scrivere sul suo diario segreto.
La maestra Valentina le dice che lo può fare anche in quel momento, visto che ha finito il lavoro, e la piccola Margherita estrae dalla cartella il Diario di una Schiappa Fai-da-te.
La maestra Valentina, orgogliosa, dice: “Margherita, sai chi ha tradotto quel libro? La mia mamma!”
E la mamma, che intanto sta traducendo il quinto volume della serie, è orgogliosa di sapersi tramite per quelle piccole manine.
Torino, New York
Già mentre facevo gli esami di maturità avevo in cuore di scrivere un post su quell’esperienza che mi ha riportato indietro di anni… ma prima c’erano gli esami e subito dopo (a parte gli impegni a scuola che sono stati molti) c’era e c’è la traduzione da terminare ASSOLUTAMENTE entro fine mese.
Quel libro dunque occupa ogni istante di veglia che non sia dedicato a mangiare. Per il riposo le gare di tuffi, ma solo quelle femminili, perché per quelle maschili – pur piacendomi molto – non c’è posto.
Quando alzo gli occhi dal libro (che mi porta in giro per l’Asia centrale, tra i deserti abitati dai banditi e le vette himalayane abitate dai santi), sono a NYC, di fianco al palazzo dell’ONU visto da uno scorcio che non è quello abituale, in una grande riproduzione del quadro di Buffet del 1958. E dentro NY ci sono le mie finestre e anch’io nell’ombra…
Vorrei
Vorrei sdraiarmi sul terrazzo con un buon te’ e il libro che sto leggendo, o in alternativa vorrei poter raccontare la mia esperienza della maturita’ di quest’anno, invece sono qui che traduco con l’accompagnamento di trapano, martello e fresa degli operai del terzo e ultimo piano che probabilmente vorrebbero sdraiarsi sul terrazzo pure loro (possibilmente con la zia Susi), o magari provare l’ebbrezza del tradurre. Vabbe’, mi faccio un te’.
Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura
Dev’essere qui da qualche parte, non è possibile che io abbia perso la chiavetta usb da 16 giga. E non è tanto per la chiavetta, quanto piuttosto perché ci stavano sopra TUTTE le mie foto, moltissimissime delle quali non ho altrove, che erano in via di trasferimento.
L’ho cercata dappertutto, compreso in frigo, che è un posto in cui per distrazione ho già messo delle cose del tutto fuori luogo, ma da giorni non riesco a trovarla. Forse salterà fuori in fase di trasloco (ma quando?) e forse invece è proprio andata persa, come quella volta in cui mi è scivolata fuori dalla tasca superiore dello zaino. Allora me n’ero accorta, questa volta invece no…
Spes ultima dea.
Ne approfitto per ri-postare una delle mie poesie preferite, The Art of Losing di Elisabeth Bishop (1976). Ci aggiungo una mia vecchia traduzione e chiedo scusa agli amici che la poesia la traducono per davvero. Anzi, se avete voglia di ritradurla sarò assai felice…
The art of losing isn’t hard to master; Imparare a perdere, sai, non è un’arte dura;
so many things seem filled with the intent così tante cose sembrano determinate
to be lost that their loss is no disaster. ad andar perse che perderle non è sventura.
Lose something every day. Accept the fluster Perdi qualcosa tutti i giorni. Accetta la paura
of lost door keys, the hour badly spent. delle chiavi perse, delle ore sprecate.
The art of losing isn’t hard to master. Imparare a perdere non è un’arte dura.
Then practice losing farther, losing faster: Poi allenati a perdere più in fretta, con più cura:
places, and names, and where it was you meant perdi posti, nomi e le destinazioni fissate
to travel. None of these will bring disaster. per i tuoi viaggi. Non sarà una sventura.
I lost my mother’s watch. And look!my last, or Ho perso l’orologio di mia madre. E le mura
next-to-last, of three loved houses went. di questa o quell’altra delle tre case amate.
The art of losing isn’t hard to master. Imparare a perdere non è un’arte dura.
I lost two cities, lovely ones. And, vaster, Ho perso due città, così belle. E la natura
some realms I owned, two rivers, a continent. che possedevo: due fiumi, un continente.
I miss them, but it wasn’t a disaster. Mi mancano, ma non fu una sventura.
–Even losing you (the joking voice, a gesture –Perfino perder te (la voce giocosa, la misura
I love) I shan’t have lied. It’s evident: che amo) non direi bugie. È evidente:
the art of losing’s not too hard to master imparare a perdere non è un’arte troppo dura
though it may look like (Write it!) like disaster. anche se può sembrare (Scrivilo!) una sciagura.
Halloween?
Questa mattina, dimentica dell’ora solare, mi sono svegliata alle vecchie 6. Ho letto a letto fino alle 7, poi colazione con la crema budwig che da tempo trascuravo. Quindi al computer per terminare l’ultima rilettura del Diario di una schiappa 4, in consegna per oggi.
Dopo averlo spedito sentendomi quasi immensamente virtuosa, e prima di aprire la prossima traduzione, che bisogna assolutamente cominciare oggi, come mi insegnano i preziosi amici carteriani, sono andata a leggere la poesia del 31 ottobre nel POEM for the DAY che tengo aperto sulla libreria in ingresso. E qual è la poesia per oggi, se non il sonetto di Keats dedicato alla traduzione: On First Looking into Chapman’s Homer… Ma quanto bene voglio a quel ragazzo?
Qui nella traduzione presentata dal sito della Keats-Shelley House di Roma.
ON FIRST LOOKING INTO CHAPMAN’S HOMER
Much have I travell’d in the realms of gold,
And many goodly states and kingdoms seen;
Round many western islands have I been
Which bards in fealty to Apollo hold.
Oft of one wide expanse had I been told
That deep-browed Homer ruled as his demesne;
Yet did I never breathe its pure serene
Till I heard Chapman speak out loud and bold:
Then felt I like some watcher of the skies
When a new planet swims into his ken;
Or like stout Cortez when with eagle eyes
He star’d at the Pacific — and all his men
Look’d at each other with a wild surmise —
Silent, upon a peak in Darien.
l’estate del traduttore
Ma non li trovate bellissimi? L’organizzatrice in prima fila ha l’espressione un po’ tesa, ne convengo, ma si sa: è il 50% dell’organizzazione e quello è stressante, perché non c’è sconto neanche per le 2 magiche tessitrici delle trame carteriane, tutti si traduce, anche chi nel frattempo deve occuparsi del resto.
Ma guarda i traduttori, ma quanto sono felici di essere lì tutti insieme a discutere per ore intorno a un non-sinonimo? Dove trovi altre 28 orecchie che vogliano seguirti nelle tue peripezie traduttologiche e si divertano a farlo? Per me quegli incontri sono iniezioni di intelligenza e sensibilità.
E di buon umore (e buona cucina). Si parla di raddoppiare gli incontri, ovvero di fare un piccolo Carter in mezzo all’anno, un fix, un richiamo… A me sembra un’ottima idea.
Il karma dell’imbianchino
Tutte le volte che, come oggi, il mio bell’imbianchino sposta la data della fine dei lavori (e due mesi non gli sono bastati a dipingere le quattro stanze – sì è vero sono molto grandi – e sette porte – sì quattro sono grandi pure loro, e c’è pure quell’altra che si è rotto il vetro e ha dovuto farlo aggiustare, e pure lui come me fa il doppio se non triplo lavoro…), penso a quando ho spostato io la data di consegna delle traduzioni.
E penso che il karma esite, oh se esiste. E l’unica cosa che posso dire a mio favore è che, non essendo pagata a ore, almeno l’editore da quel lato non ci ha rimesso.
Mi frulla in testa il detto obsoleto chi più spende, meno spende. Penso abbia dei significati reconditi che devo ancora meditare.
E forse li devono meditare pure gli editori.
Vorrei…
Vorrei poter scrivere di questi giorni al Salone del Libro, ma ho ancora troppo da fare per la scuola domani, e poi c’è un libro ancora da presentare domani sera e mi devo preparare, quindi in omaggio all’amica traduttrice che in Canada ha pensato al mio frigo, ecco la foto:

Grazie Liseuse!
Gigantesca
Se, come ho sentito dire, la grandezza di una persona si misura da quella dei suoi amici, io devo essere GIGANTESCA!
Susanna Basso, Sul tradurre – Esperienze e divagazioni militanti, saggi Bruno Mondadori
Isbn: 9788861593275 Prezzo: 16 euro
IN LIBRERIA DAL 25 MARZO
Come ogni traduttore sperimenta ogni giorno, tradurre è una forma di
lettura, o di ascolto, ad alta intensità. Implica attenzione per il ritmo
della scrittura, per i caratteri stilistici più riposti, per indizi
infinitesimali, per simmetrie, opposizioni, enigmi, reticenze
e bugie. Questo libro di Susanna Basso è un diario, un manuale, una resa dei
conti, una collezione di storie. Entra nel lavoro quotidiano del traduttore
(di un traduttore d’eccezione) e, partendo da rituali privatissimi
(inseguire il testo completo di poesie delle quali è citato un solo verso;
ricostruire in dettaglio lo svolgimento di una battaglia di cui occorreva
controllare solo la data), parla di esperienze che lasciano il segno e di
(provvisori) segreti di bottega; analizza zone tradizionalmente ostiche del
tradurre (dialoghi, incipit, enigmi); racconta senza sentimentalismo
l’incontro coi testi (l’invidia è un motore positivo); pratica il confronto
con le versioni altrui (strumento per misurare, come in uno specchio, il
proprio personale processo di manipolazione del testo). Questo è un libro
che parla, ostinatamente, non di scrittori, ma di scritture. E
concede, solo nell’Appendice, una galleria di ritratti (tra gli altri, Alice
Munro e Ian McEwan): piccole storie di incontri mai dimenticati, che
restituiscono per una volta, tra silenzi e lampi di svelamento, non pagine
ma persone.
SUSANNA BASSO ha tradotto, tra gli altri, Alice Munroe, Ian McEwan, Kazuo
Ishiguro, Martin Amis.
Da 0 a 100 in meno di 24 ore

Ieri sera sono tornata da una cena piacevolissima e molto intensa (di cui racconterò in futuro) e non sono riuscita ad andare a letto prima di mettere in rete il mio nuovo libro di cucina. Di recente un’amica mi ha chiesto perché non scrivessi un’autobiografia; ma credo che sia quello che faccio in continuazione. La misura del blog è perfetta per me: frammentaria, potenzialmente autoreferenziale, immediata eppure subito e – all’apparenza eternamente – archiviata… Quindi ho spento la luce alle due e mezza. A sedici ore e mezza di distanza il blog registra un centinaio di visite: grazie amici!
Petizione all’onorevole Brambilla
Un invito a firmare questa petizione:
Sign for Lettera aperta di un gruppo di traduttori all’On. Ministra Brambilla
Un gesto per il rispetto del lavoro; un gesto di civiltà.
Quante prime volte ieri!
Lo sapevo che avrebbe cambiato qualcosa, d’altronde la mia ministra è portatrice di cambiamento. Per la prima volta nella vita e in 25 anni di insegnamento, ho l’opportunità di essere docente esterno nella commissione dell’esame di stato. Da quando c’è la nuova maturità, inglese era sempre stato assegnato ai commissari interni; non quest’anno al liceo scientifico e agli istituti tecnici, ai geometri, ai grafici, agli ottici e agli studenti di abbigliamento. Anche se ci scherzo sopra, non sono preoccupata per la mia preparazione: non so nulla di ottica, ma essendo miope, astigmatica e ora anche presbite potrò sempre fare domande pro domo mea, sull’abbigliamento sono sempre preparata, la grafica mi interessa, ai geometri ho insegnato e così pure al tecnico industriale, ai ragionieri, agli informatici, e al turistico. Quando ero al liceo (linguistico), ero fidanzata con un ragazzo che faceva il corrispondente in lingue estere, quindi anche lì non dovrei avere problemi. Non sono nemmeno preoccupata per i miei ragazzi. Osservando i loro esami di inglese all’università, ho scoperto che se la cavano molto meglio senza di me. Mia figlia, che mi ha visto agonizzare per anni durante le molte maturità interne (in genere avevo due quinte per anno, un anno anche tre), mi ha detto che così non starò troppo in pensiero per i miei studenti. Utinam. Inshallah. Mi conosco. Passando in mezzo a banchi sconosciuti, osservando compiti di materie di cui so ben poco, mi chiederò come se la cavano in quel momento Caci e Daci, se Selene è preoccupata, se Angelo rincorre l’eccellenza, se Maria è contenta delle domande di inglese, se Macha avrebbe preferito quell’altra prova, se Guido riesce a stare zitto per le 6 ore del compito [ovviamente i nomi sono di finzione! ma forse i miei allievi si riconosceranno], se… se… se….
Tornata a casa, ho trovato un’altra sorpresa, assai glamour: per la prima volta il mio nome compare nei media associato alla mia seconda professione (o forse terza in ordine di tempo). Un grazie di cuore a chi mi ha pensato!

Se non c’è il due senza il tre e la scuola l’abbiamo sistemata e il counseling pure, quale potrebbe essere la terza prima volta professionale? Ci ha pensato la SIAE, che normalmente mi versa i proventi delle traduzioni teatrali nel mare magnum del mio conto in banca dove prontamente si traducono in cotolette alla milanese o ricariche telefoniche. Invece questa volta me li ha mandati per bonifico postale. Così, se si esclude il disagio di fare la coda all’ufficio postale, mi sono vista versare fra le mani la moneta sonante frutto delle mie fatiche creative. E trattandosi di 64 euro e spicci, si è trattato proprio di monete, ma la soddisfazione è stata grande (ora però scrivo alla SIAE che continuino sul conto in banca, grazie).
Fiaba italiana, anzi: piemontese
Torino, 18 gennaio. Teatro Carignano, fila L posto 16. Fino a ieri sarei stata dall’altra parte del corridoio diciamo tra il 17 e il 20, appoggiata al tavolo, e ogni tanto il gomito avrebbe sfiorato quello di Turturro. In mezzo un copione che non sarà probabilmente mai definitivo, come in una nuova commedia dell’arte a cui in un certo senso questo spettacolo si avvicina. Un copione che nella versione dell’assistente Paola Rota –nei 6 gradi di separazione con la letteratura piemontese e l’Einaudi dei tempi d’oro c’è anche lei, attrice nel Partigiano Johnny di Guido Chiesa— si è fatto fitto fitto di correzioni a matita, sempre in sottrazione, sempre verso l’essenzialità. Una per tutte, e un simbolo: l’enorme montagna di pasta sotto un lenzuolo bianco in un angolo del palcoscenico da copione, è diventata un impasto che sfamerebbe sì e no metà della troupe, spostata sul proscenio in centro, pronta a essere becchettata. Dalla visione folkloristica italo-americana alla stringatezza dell’understatement piemontese. Ciò che serve e nulla più. E che cosa serve in fatto di fiabe se non un po’ di fantasia? Così le pernici che volavano nel sacco si sono trasformate in suoni, come le ossa dei fratelli morti. Ma corro troppo.
Stasera è la “generale”, aperta a un pubblico di amici ed estimatori. Come sono finita a vedere Turturro a torso nudo, regista e attore che si cala i pantaloni nel buio della platea prima di saltare sul palcoscenico? Come direbbero nei Sopranos, con un’offerta che non si può rifiutare, una traduzione: prima stesura velocissima, altre (tante) a venire, praticamente per ieri. E con la simultaneità che solo la fiaba permette, mi sono trovata tra Benny Fazio e Janice trasportati in un Meridione senza tempo, con l’icona di Spike Lee reduce dalla Tregua che mi chiede che ne penso.
Turturro. A me?
C’è una sensazione di familiarità che va al di là del normale diamoci-del-tu teatrale. Forse perché tutto questo è cominciato da quando la madre dei suoi figli gli ha regalato le fiabe di Calvino (che gusto vederli corteggiarsi intorno all’albero di una nave e far l’amore con una strega dal cui didietro già si intuisce la collaborazione con Marcido & Mimosa). Vedendo il piccolo Diego alla sua prima apparizione teatrale, si capisce che la mafia ha a che fare con l’amore e che quando ci amano siamo tutti migliori, e che il dna non è acqua, perché sul palco ha una dizione che nella vita gli manca, e si capisce che per Turturro questo lavoro è davvero una love story.
In realtà è un romanticone che con moglie e due amici ha fatto ciò che Fellini avrebbe voluto fare. E c’è un che di felliniano nella prosperosa Aida Turturro che in tuta nera scalda la voce con una cantilena scoppiettante: What do you do to die today at a minute to two to too… prima di lanciarsi in un numero da Chicago per gli occhi dei tecnici che aggiustano le luci, mentre quel diavolo di Giuliano Scarpinato probabilmente si fa dare un’altra ripassata dal fisioterapista (le capriole nel sacco non son gioco da ragazzi).
Lo spettacolo sarà degno dei 300 anni del Carignano, ma il dietro le quinte, cari lettori, è impagabile. Se solo potessi raccontare… questi occhi hanno visto cose che voi umani… altro che combattimenti in fiamme al largo dei bastioni di Orione!
Balancing stones
Quella piu’ grande alla base e’ una grossa biografia di due personaggi che amo molto (da tradurre); quella subito sopra e’ un libro per ragazzi (da finire di tradurre); quella cicciotta su di lui – non per maggiori dimensioni, ma per difficolta’ mia ad affrontarlo – e’ un manuale di psicoenergetica dall’italiano all’inglese (da consegnare). Le tre pietre sopra sono due recensioni e un articolo (da finire per stasera), due pietre gia’ fatte e una, quella in cima di punta, a un terzo di strada. Le pietruzze in bilico accanto al libro per ragazzi sono compiti e progetti legati alla scuola.
Per fortuna il calendario scolastico regionale mi regala domani, lunedi’ 2 novembre, un giorno a casa.
La settimana dell’invidia
E’ nata il mio stesso giorno, ma l’anno di mia sorella, tra i tanti libri che ha tradotto ce n’e’ almeno uno che io sognavo di fare… e ora ha anche un fagottino di Nina fra le braccia!!!
Questa e’ la mia settimana dell’invidia, prima Maria Cristina C. e a meno di 7 giorni l’ho copiata nell’incidente stradale
non era facile, ma ce l’ho fatta. Isa pero’, non ce la faro’ a copiarla, neanche in 9 mesi!!!
BENVENUTA NINA!
Translating America ovvero Desigual

Questa sera a Torino si inaugura il convegno dell’AISNA: Translating America.
Prima di ogni convegno, la mia maestra (Barbara Lanati, che a questo non parteciperà) mi chiedeva sempre: Che cosa ti metti?
Non è ancora chiarissimo cosa dirò, ma di sicuro mi metterò questo: Desigual, collezione autunno-inverno 2009, a Torino in esclusiva da Bertolini & Borse.
Scollegata fino al 31/8

La Locanda della Quercia Calante
Pensatemi qui. In realtà ci sarò soltanto dal 28 luglio al 2 agosto a fare un bellissimo seminario sulla voce. E poi una vacanza tutta all’insegna della famiglia al femminile qui, che è poi dove avevo fatto il seminario lo scorso anno. Se si va a leggere i post di un anno fa, in effetti la mia estate presenta delle costanti: un po’ di spola Bardonecchia-Torino per finire la scuola e godere contemporaneamente della famiglia, un po’ di lavoro sulla voce, e poi un po’ di servizio in comunità; in mezzo: sole mare ammmore tanta autostrada e tuppetettà. Così, se mi penso, mi immagino di passaggio tra un casale e l’altro a intrecciare nuove e vecchie amicizie, canticchiando… (e traducendo, sì… per la serie “ho smesso di tradurre”, quest’anno viaggiano con me due traduzioni!)
Altra costante: praticamente in nessuno di quei luoghi ho accesso a internet, quindi… scollegata fino al 31/8. Ma gli amici sanno come e dove trovarmi, no?
Buona estate a tutti, e a presto su questo schermo…
Della traduzione e delle donne….
Due giugno, viva la Repubblica che mi dà un giorno a casa per tradurre… Ma lavorare stanca, diceva un mio conterraneo, così girando un po’ su Internet (che è il massimo della passeggiata che mi faccio in questi giorni di vacanza/lavoro) ho trovato queste (e molte altre) vignette sul blog di un traduttore-ingegnere spagnolo:







