Un invito a firmare questa petizione:
Sign for Lettera aperta di un gruppo di traduttori all'On. Ministra Brambilla
Un gesto per il rispetto del lavoro; un gesto di civiltà.
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Pubblicato in dire per essere, traduzione

E’ nato il 6 giugno (lui? lei? loro? il progetto?), ma non lo sapevo certo quando sono entrata per pranzo al Pret à manger, e sono rimasta flabbergasted dai quadri di Akira Zamamoto. Ho il biglietto per la Tempesta stasera al Carignano, ma cercherò comunque di farci un salto prima, perché lo/la/li voglio vedere dal vivo!
La mostra resterà per un po’ di tempo; vi consiglio caldamente di provare un pranzo al Pret à manger: è buono, sano, cucinato con cura e destrezza, ha grande varietà e costi contenuti, c’è di che accontentare carnivori, vegetariani, vegani, intolleranti al grano e al latte, e tutti gli altri, ovviamente. L’unico problema? Trovare posto. Se avete orari flessibili vi consiglio tra le 12 e le 12.30 o intorno alle 14.00. Altra alternativa, ordinare e andarlo a mangiare sul posto di lavoro (se vicino). La nostra sala insegnanti si sta trasformando in una succursale della gastronomia/torteria/ristorante.
Pubblicato in consigli per gli acquisti
Questa mattina, mentre mi infilavo … come li chiamate voi italiani? i miei thermal underwear di pura lana merino, eredi dei mutandoni dei nonni, ho notato un’etichetta a cui non avevo mai dato particolarmente attenzione. Parla della tracciabilità del prodotto e dà un BAACODE, il codice beeeeh, per rintracciare la filiera del prodotto.
Francamente mi immaginavo di vedere comparire una bella pecorella nera (dopotutto la maglia e i pantaloni che ho addosso adesso sotto la tuta in questa fredda casa torinese sono neri), con un nome tipo Caramilla o che so io… qualcosa di romanticamente neozelandese, secondo il mio pregiudizio…
WRONG! Vado sul sito che si presenta assai serio, e inserisco il codice dei pantaloni (non ho ancora controllato la maglia, fa troppo freddo per toglierla) e appaiono le 4 aziende famigliari da cui proviene il filato che mi ha tenuta calda in Nepal e India himalayana e ora al computer — e, ci giurerei, mi farà compagnia anche nella settimana bianca con la scuola. Mi piace soprattutto il video della prima, la Branch Creek Station. Metto qui il codice, perché possiate anche voi “fare l’esperienza”: 94D276674, e vado a fare colazione. Sì, non ho resistito: ho dovuto raccontarvelo first thing in the morning, o second, dai, dopo la meditazione, ma forse solo perché a quel punto non avevo ancora infilato i pantaloni
!
Pubblicato in consigli per gli acquisti
Lo sapevo che avrebbe cambiato qualcosa, d’altronde la mia ministra è portatrice di cambiamento. Per la prima volta nella vita e in 25 anni di insegnamento, ho l’opportunità di essere docente esterno nella commissione dell’esame di stato. Da quando c’è la nuova maturità, inglese era sempre stato assegnato ai commissari interni; non quest’anno al liceo scientifico e agli istituti tecnici, ai geometri, ai grafici, agli ottici e agli studenti di abbigliamento. Anche se ci scherzo sopra, non sono preoccupata per la mia preparazione: non so nulla di ottica, ma essendo miope, astigmatica e ora anche presbite potrò sempre fare domande pro domo mea, sull’abbigliamento sono sempre preparata, la grafica mi interessa, ai geometri ho insegnato e così pure al tecnico industriale, ai ragionieri, agli informatici, e al turistico. Quando ero al liceo (linguistico), ero fidanzata con un ragazzo che faceva il corrispondente in lingue estere, quindi anche lì non dovrei avere problemi. Non sono nemmeno preoccupata per i miei ragazzi. Osservando i loro esami di inglese all’università, ho scoperto che se la cavano molto meglio senza di me. Mia figlia, che mi ha visto agonizzare per anni durante le molte maturità interne (in genere avevo due quinte per anno, un anno anche tre), mi ha detto che così non starò troppo in pensiero per i miei studenti. Utinam. Inshallah. Mi conosco. Passando in mezzo a banchi sconosciuti, osservando compiti di materie di cui so ben poco, mi chiederò come se la cavano in quel momento Caci e Daci, se Selene è preoccupata, se Angelo rincorre l’eccellenza, se Maria è contenta delle domande di inglese, se Macha avrebbe preferito quell’altra prova, se Guido riesce a stare zitto per le 6 ore del compito [ovviamente i nomi sono di finzione! ma forse i miei allievi si riconosceranno], se… se… se….
Tornata a casa, ho trovato un’altra sorpresa, assai glamour: per la prima volta il mio nome compare nei media associato alla mia seconda professione (o forse terza in ordine di tempo). Un grazie di cuore a chi mi ha pensato!

Se non c’è il due senza il tre e la scuola l’abbiamo sistemata e il counseling pure, quale potrebbe essere la terza prima volta professionale? Ci ha pensato la SIAE, che normalmente mi versa i proventi delle traduzioni teatrali nel mare magnum del mio conto in banca dove prontamente si traducono in cotolette alla milanese o ricariche telefoniche. Invece questa volta me li ha mandati per bonifico postale. Così, se si esclude il disagio di fare la coda all’ufficio postale, mi sono vista versare fra le mani la moneta sonante frutto delle mie fatiche creative. E trattandosi di 64 euro e spicci, si è trattato proprio di monete, ma la soddisfazione è stata grande (ora però scrivo alla SIAE che continuino sul conto in banca, grazie).
Pubblicato in amicizia, dire per dire, dire per essere, scuola, traduzione
Ricordo ancora piu’ o meno 25 anni fa, quando un grande amore mise questa canzone nel momento in cui stavo uscendo da casa sua (dove sarei tornata l’indomani e ogni giorno per 10 anni).
Da allora sono andata via da tanti posti e in alcuni sono ritornata piu’ volte. Ogni volta in cui vado in un luogo in cui desidero molto ritornare lascio qualcosa. Spesso lascio un paio di scarpe come se, superstiziosamente, servissero proprio i miei piedi a riportarmi li’.
Ci sono poi luoghi piu’ evocativi, dove allora lascio oggetti evocativi, cose da cui mi pesa staccarmi.
La mia India himalayana e’ uno dei luoghi che fatico di piu’ a lasciare e dove piu’ desidero ritornare. In due anni, a Darjeeling – la citta’ del fulmine – ho lasciato:
Nel tempietto di Ganesh sull’Observatory Hill ho lasciato l’anello che mi ero fatta fare accanto al Pozzo di San Patrizio ad Orvieto. C’era un omarino che incideva su bande di acciaio il nome che la persona richiedeva. Dopo aver atteso in coda che tutte le coppie davanti a me si facessero incidere il nome del moroso o della morosa, venuto il mio turno ho chiesto che sull’anello fosse scritta la parola Servizio. Ho dovuto ripeterlo alcune volte, ma alla fine l’ho ottenuto. Durante il mio primo viaggio in India, ho lasciato l’anello del Servizio a Ganesha, il dio degli inizi.

Durante il secondo viaggio, al monastero di Ghoom ho lasciato ai piedi del Buddha Maitreya la sciarpa di un colore inimitabile che avevo indossato al funerale di mia madre.
Quanto avevo patito quando, portandola a lavare nella mia ottima tintoria di fiducia, me l’ero vista restituire rovinata. E che dispiacere tornando qualche mese dopo nel negozio di Chandullal a Darjeeling da cui proveniva e scoprire che, come sospettavo, quel colore era davvero inimitabile.

Quest’anno, davanti alla finestra dell’albergo tibetano Cedar Inn da cui si gode questa vista del Kangchenjunga, ho lasciato i miei amatissimi scarponcini rossi della Superga, parte della divisa del Volontario Olimpico 2006. Oltre che nell’avventura olimpica, mi avevano portato su e giu’ per le strade di Kalimpong e Darjeeling, lungo il fiume Tista, nella foresta, e anche in Bhutan e a Kathmandu. Mi e’ costato, non solo perche’ erano comodi, ma per il valore affettivo, in fondo la molla che mi ha fatto decidere di separarmene. D’altronde torno li’ anche per imparare il non-attaccamento. E che fosse una lezione da imparare, l’ho capito quando ormai ero gia’ nella jeep carica di bagagli: sono stata inseguita da un garzone tibetano (o nepali?) con in una mano le mie scarpe e nell’altra un foglio e una biro, con cui ho vergato la dichiarazione che volontariamente lasciavo in albergo le mie scarpe.
Pubblicato in dire per essere, foto
Quest’oggi avrei il mio amatissimo seminario di voce, ma non mi sentivo proprio in forma e ho deciso di passare questa domenica a letto con me stessa. Mi fanno compagnia Radio3 (ora Uomini e profeti, Israele nella storia con Enzo Bianchi, salmo 137), e due “strumenti” per l’organizzazione di quest’anno. Di uno, un regalo graditissimo: The Life Organizer di Jennifer Louden, parlero’ poi piu’ avanti quando l’avro’ collaudato. L’altro e’ la piccola agenda di Paungger e Poppe (due bavaresi senza cui non vado mai dal parrucchiere!) L’agendina, oltre a indicare i giorni migliori e peggiori per tagliare i capelli, fare il bucato, andare dal dentista, occuparsi delle proprie piante ecc., ha tre riquadrini in alto per segnare il proprio bioritmo.
D’improvviso mi e’ tornato in mente che mia madre teneva sempre il conto dei bioritmi di tutta la famiglia, forse per riuscire a prevedere i maremoti dei 4 membri della sua grande opera di giocoleria, ma anche per aiutarci nei molti momenti di crisi che 3 figli di eta’ assai diverse si trovavano ad affrontare sotto lo stesso tetto.
Cosi’, un po’ per gioco, ho cercato su internet un sito su cui calcolare il mio bioritmo attuale (mia madre, ovviamente, lo faceva a mano trent’anni fa), ed ecco cos’ho scoperto di me, oggi:

Fisico: Attenzione! Il vostro ciclo fisico oggi attraversa un giorno critico: cercate di evitare sforzi inutili, evitate per un giorno di fare sport e cercate di riguardarvi. Se non vi sentite in forma un’aspirina potrebbe rimettervi in sesto in attesa di giorni migliori.
Emotivo: Il vostro ciclo emotivo attraversa oggi un punto critico! Il vostro umore potrebbe risentirne, rendendovi irritabili e suscettibili anche per futili motivi. In campo sentimentale evitate di prendere decisioni: rimandate ai prossimi giorni, quando il vostro stato d’animo tornerà quello di sempre!
Intellettuale: Oggi il vostro ciclo intellettivo attraversa un punto critico! I vostri ragionamenti mancheranno di lucidità e non riuscirete a trovare la soluzione a problemi che normalmente superate brillantemente. Non vi perdete d’animo: concedetevi un po’ di riposo e soprattutto rilassatevi, magari ascoltando un po’ di musica o guardando un bel film.
——-
Be’ bisogna ammettere che anche quando il ciclo intellettivo e’ in ribasso, il mio inconscio ha la sua intelligenza: chi vorrebbe avventurarsi fuori in un giorno cosi’? Meglio restare nel mio letto barca a impratichirmi con il Life Organizer!
Pubblicato in The way we were, dire per dire
Torino, 18 gennaio. Teatro Carignano, fila L posto 16. Fino a ieri sarei stata dall’altra parte del corridoio diciamo tra il 17 e il 20, appoggiata al tavolo, e ogni tanto il gomito avrebbe sfiorato quello di Turturro. In mezzo un copione che non sarà probabilmente mai definitivo, come in una nuova commedia dell’arte a cui in un certo senso questo spettacolo si avvicina. Un copione che nella versione dell’assistente Paola Rota –nei 6 gradi di separazione con la letteratura piemontese e l’Einaudi dei tempi d’oro c’è anche lei, attrice nel Partigiano Johnny di Guido Chiesa— si è fatto fitto fitto di correzioni a matita, sempre in sottrazione, sempre verso l’essenzialità. Una per tutte, e un simbolo: l’enorme montagna di pasta sotto un lenzuolo bianco in un angolo del palcoscenico da copione, è diventata un impasto che sfamerebbe sì e no metà della troupe, spostata sul proscenio in centro, pronta a essere becchettata. Dalla visione folkloristica italo-americana alla stringatezza dell’understatement piemontese. Ciò che serve e nulla più. E che cosa serve in fatto di fiabe se non un po’ di fantasia? Così le pernici che volavano nel sacco si sono trasformate in suoni, come le ossa dei fratelli morti. Ma corro troppo.
Stasera è la “generale”, aperta a un pubblico di amici ed estimatori. Come sono finita a vedere Turturro a torso nudo, regista e attore che si cala i pantaloni nel buio della platea prima di saltare sul palcoscenico? Come direbbero nei Sopranos, con un’offerta che non si può rifiutare, una traduzione: prima stesura velocissima, altre (tante) a venire, praticamente per ieri. E con la simultaneità che solo la fiaba permette, mi sono trovata tra Benny Fazio e Janice trasportati in un Meridione senza tempo, con l’icona di Spike Lee reduce dalla Tregua che mi chiede che ne penso.
Turturro. A me?
C’è una sensazione di familiarità che va al di là del normale diamoci-del-tu teatrale. Forse perché tutto questo è cominciato da quando la madre dei suoi figli gli ha regalato le fiabe di Calvino (che gusto vederli corteggiarsi intorno all’albero di una nave e far l’amore con una strega dal cui didietro già si intuisce la collaborazione con Marcido & Mimosa). Vedendo il piccolo Diego alla sua prima apparizione teatrale, si capisce che la mafia ha a che fare con l’amore e che quando ci amano siamo tutti migliori, e che il dna non è acqua, perché sul palco ha una dizione che nella vita gli manca, e si capisce che per Turturro questo lavoro è davvero una love story.
In realtà è un romanticone che con moglie e due amici ha fatto ciò che Fellini avrebbe voluto fare. E c’è un che di felliniano nella prosperosa Aida Turturro che in tuta nera scalda la voce con una cantilena scoppiettante: What do you do to die today at a minute to two to too… prima di lanciarsi in un numero da Chicago per gli occhi dei tecnici che aggiustano le luci, mentre quel diavolo di Giuliano Scarpinato probabilmente si fa dare un’altra ripassata dal fisioterapista (le capriole nel sacco non son gioco da ragazzi).
Lo spettacolo sarà degno dei 300 anni del Carignano, ma il dietro le quinte, cari lettori, è impagabile. Se solo potessi raccontare… questi occhi hanno visto cose che voi umani… altro che combattimenti in fiamme al largo dei bastioni di Orione!
Pubblicato in traduzione

E’ il primo (e finora unico) Master di Studi Americani in Italia. E’ organizzato bene ed è collaudato. Si svolge in parte in loco (a Torino), in parte online, e c’è l’opzione di un semestre all’estero per gli interessati. Lo consiglio caldamente.
Chi volesse leggere il poster più chiaramente, trova qui un’immagine ingrandita.
Pubblicato in consigli per gli acquisti, scuola
Miei cari amici, anche quest’anno niente festa di Santa Lucia… No, non e’ colpa della crisi, e’ che saro’ a un seminario di canto. Approfittando del sabato libero concessomi dalla scuola mi sono iscritta a un numero rutilante di seminari, tutti rigorosamente incentrati sulla musica. Non che altri non mi interessassero, ma ci sono solo 52 sabati in un anno e 3 (come oggi) li dedico comunque alla scuola, quindi non posso seguire tutti i miei gemininani (e non gelminiani!) interessi.
Tra l’altro sono quasi in partenza per la mia amata Kalimpong, con piccola sosta a Kathmandu, quindi gli impegni da portare a termine prima della partenza si affastellano…
Questo breve post (quasi un postino, ah ogni tanto mi manca Troisi, quasi piu’ di Neruda!) e’ solo per dirvi che anche se non posso aprire le porte di casa per voi quest’anno, quelle del cuore sono aperte 24/7, 365 giorni all’anno (+ 1 per i bisestili).
Buona Santa Lucia, buon Hannukah, buon Solstizio, buon Sankt Nicholas, buon Natale…
Pubblicato in amicizia
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